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Cos’è a cosa serve l’immaginazione attiva

Quando si parla di psicoterapia, si apre un capitolo caratterizzato dalla presenza di numerose tecniche.

Una delle più celebri è quella dell’immaginazione attiva.

Almeno in Italia, la sua fama è cresciuta notevolmente a seguito della pubblicazione, nel 2010, del Libro Rosso di Jung, si basa su un confronto continuo con le immagini che emergono dall’inconscio.

Tutto avviene con il paziente in stato di veglia, il che consente alla persona di confrontarsi con efficacia con diverse sfaccettature del suo essere.

Un prezioso strumento di ascolto diverso dalla meditazione

Considerata un prezioso strumento di ascolto della propria unicità e delle risorse che ogni persona porta nel mondo, l’immaginazione attiva è diversa dalla meditazione.

Per descriverla si può tranquillamente usare il paragone immaginazione attiva: un accesso alle nostre risorse simboliche e creative, ma è importante distinguere, rispetto alla meditazione, il come lo si fa.

Nel caso della meditazione, in particolare di quella guidata, si ha a che fare con una voce esterna che fornisce delle istruzioni specifiche.

Quando, invece, si parla di immaginazione attiva, è il paziente, tecnicamente indicato con il termine “immaginante”, che fa una domanda al proprio inconscio e attende la risposta.

A differenza di quanto accade con la meditazione, non si lascia che l’immagine passi ma, una volta che si è manifestata, ci si ferma davanti ad essa, accettando tutte le sensazioni che arrivano e preparandosi al fatto che possano essere anche non rilassanti.

Gli step in seduta

La tecnica dell’immaginazione attiva si può svolgere agevolmente durante le sedute di psicoterapia o analisi.

Premessa doverosa: questi percorsi possono essere gestiti solo da professionisti qualificati, ossia psicologi o medici iscritti all’albo che abbiano frequentato una scuola specifica di psicoterapia o terapia analitica.

Come già accennato, il paziente si trova in stato di vigilanza. Le indicazioni tecniche richiedono il mantenimento della posizione seduta e la possibilità, in caso di reazioni fastidiose, di interrompere rapidamente.

L’esecuzione della tecnica prevede la partenza su un contenuto già emerso.

Può trattarsi di un sogno, di una sensazione fisica alla quale il paziente viene invitato a conferire una forma. Una volta fissata l’immagine, arriva il momento di stabilizzarla.

In questa fase, è fondamentale che le sollecitazioni sensoriali, soprattutto uditive, siano ridotte al minimo.

Comincia così il momento del dialogo. All’inizio può sembrare assurdo, ma non bisogna demordere e continuare concretamente a interagire con l’immagine, facendole domande e chiedendole in particolare come mai si presenta.

Si continua rendendo ulteriormente concreto il dialogo. Il paziente può essere per esempio invitato dal terapeuta a metterlo nero su bianco. In alternativa, può descriverla vocalmente.

Il passo finale prevede il confronto con l’immagine e i dettagli della vita della persona che, come tutti, deve affrontare decisioni e scelte legate sia al lavoro, sia alla vita privata.

Controindicazioni

L’immaginazione attiva è una tecnica che ha diverse controindicazioni. Questo è uno dei motivi per cui è bene affidarsi a uno specialista.

Tra le situazioni in cui è meglio evitare di praticarla figurano i momenti in cui il paziente sta vivendo una parentesi di forte destabilizzazione.

Lo stesso si può dire anche in presenza di crisi emotive acute. Si tratta di situazioni in cui bisogna agire basandosi sulle priorità, che vedono in primo piano il fatto di ritrovare stabilità.

In tutti questi casi lo psicoterapeuta utilizza altri strumenti, che si contraddistinguono per un maggior livello di concretezza.

I benefici

Tra i benefici dell’immaginazione creativa è possibile includere, oltre alla possibilità di imparare ad ascoltarsi e a scoprire le proprie risorse, anche il fatto di riconoscere meglio le proprie emozioni nel momento in cui le si sperimenta.

Da citare, inoltre, è la capacità di entrare in contatto con più facilità e serenità con le parti di sé più oscure e spesso difficili da gestire e da accettare.

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